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Carlo Dolci

Martirio di Sant’Andrea

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Carlo Dolci, Il Martirio di Sant'Andrea
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c1640
​Olio su tela, cm 124×99
Collezione Privata

Il notevole dipinto raffigura il drammatico episodio della crocifissione dell’apostolo Andrea: è, infatti, rappresentato il momento in cui l’anziano santo, in ginocchio e ormai rassegnato al volere divino, è spogliato delle vesti da un manigoldo, mentre altri due aguzzini, alla presenza di numerosi astanti, ergono, fissandola al terreno, la croce decussata sulla quale verrà compiuto il martirio. La scena, che si svolge sullo sfondo di imponente quinta architettonica, è illuminata da una luce diffusa, zenitale, che si diparte da un’apertura tra le nubi e, attraverso il cielo terso, bagna uniformemente ogni elemento della narrazione.

 

Lo schema compositivo utilizzato appare di particolare efficacia: notevole rilevanza assume l’imponente croce, centro focale della scena, bilanciata dalla sapiente orchestrazione delle figure e dell’inserimento delle architetture che occupano la parte destra del dipinto, creando come uno sfondo uniformemente bruno su cui risalta il raffinatissimo blu intenso della veste del santo, contrappunto cromatico al più chiaro azzurro del cielo.

 

L’elevato livello qualitativo del dipinto è attestato dall’estrema raffinatezza coloristica, dai riusciti dettagli dei costumi, dall’inserimento di particolari preziosi, quali lo stendardo sulla destra, come accartocciato da un’improvvisa folata di vento, e dalla magnifica resa dei panneggi, plasticamente modellati sulle anatomie dei protagonisti. Tale, indubbia, qualità induce ad assegnare la tela in esame alla mano di Carlo Dolci, pittore fiorentino tra i maggiori del Seicento.

 

Egli eseguì, durante la sua carriera, diverse versioni di questo stesso soggetto, il cui biografo Filippo Baldinucci fece ampio cenno nella dettagliata Notizia dedicata all’artista: “Una storietta del martirio di santo Andrea apostolo [di mano di Carlo Dolci] ebbe paolo del Sera, poi Senatore fiorentino, che se la portò a Venezia. Un’altra simile istoria condusse pel marchese Carlo Gerini, ed una eziandio per Carlo Corbinelli, posseduta oggi da Andrea del Rosso: e tutte e tre l’istorie sono della stessa invenzione, benchè di grandezza diverse: e nella persona di un soldato armato ritrasse al vivo l’altra volta nominato Raffaello Ximenes".

L’esemplare commissionato dal marchese Carlo Gerini, firmato e datato 1646, fu invece acquistato nel 1818 dal granduca Ferdinando III di Toscana direttamente dalla nobile famiglia fiorentina ed è ricordato negli inventari di palazzo Pitti, dove tuttora si trova, fino dal 1819, mentre per la redazione dipinta per Carlo Corbinelli è stata proposta da Marco Chiarini l’identificazione con un quadretto esposto negli Appartamenti reali dello stesso Palazzo Pitti, appartenuto al gran principe Ferdinando de’ Medici, caratterizzato da una composizione semplificata rispetto alle altre versioni citate e ritenute da Francesca Baldassari non autografo, ma piuttosto un prodotto della bottega del maestro.

L’esemplare di Birmingham, di altissima qualità pittorica, presenta, a differenza delle altre versioni note, tra cui un’altra conservata presso il Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, l’autoritratto del pittore, visibile al di sotto della mano destra di sant’Andrea e, tra le ulteriori varianti compositive, il ritratto frontale dell’amico di Dolci, il nobiluomo fiorentino di origine spagnola Raffaelo Ximenes ricordato da Baldinucci, colto, negli altri esemplari autografi, di profilo. 

Le misure di questa tela, già nota a Chiarini e pubblicata da Sandro Bellesi, risultano pressoché coincidenti con la versione già Gerini, della quale essa condivide l’iconografia e il supporto, diverso nell’esemplare newyorkese, realizzato su tavola.

Il ritrovamento di questo dipinto conferma la particolare fortuna ottenuta da questa invenzione, tra le più riuscite del Dolci, pittore che, al pari di molti artisti dell’epoca, ha reiterato i dipinti di maggior successo, come nel caso della celebre Madonna del giglio, nota in più redazioni autografe, tra le quali quella acquistata a Firenze dal celebre pittore François-Xavier Fabre e adesso conservata presso l’omonimo museo di Montpellier.

Interessante, altresì, appare notare la felice orchestrazione compositiva caratteristica del dipinto: un’invenzione, dunque, di particolare riuscita, dove l’acribia usata nell’indagine del dato naturale, si vedano gli splendidi dettagli delle unghie sporche del manigoldo chinato a fissare la croce o delle foglie delle piante in primo piano, si coniuga con il ritmo armonioso dei gesti dei personaggi, in un esito che, a dispetto della drammaticità del soggetto, comunica al riguardante la serenità come di un attimo sospeso e senza tempo.

Considerando le datazioni certe delle versioni autografe di Birmingham (1643) e di Palazzo Pitti (1646), si può ragionevolmente ascrivere anche questo notevole dipinto agli anni attorno la metà del quinto decennio del Seicento.

 

Silvia Benassai

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