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Giovanni Lanfranco

Il bacio di Angelica e Medoro

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Giovanni Lanfranco, il bacio di Angelica e Medoro
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c1633-1634
​Olio su tela, cm 168×182
Collezione privata

Il quadro raffigura il celebre amore tra Angelica, principessa del Catay (Cina), e il guerriero cristiano Medoro narrato nell'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto (1516; 2.ed. 1532), un tema particolarmente caro ai pittori emiliani del Seicento, ma trattato anche dal romano Giovan Francesco Romanelli e dal fiorentino Matteo Rosselli e diventato tanto popolare da essere illustrato ancora da Giovan Battista Tiepolo, come da molti pittori d'oltralpe.

L'incontro tra i due amanti si svolge in un paesaggio romantico, selvaggio e serale. Già accennato nell'ottava 36 del canto XIX (preceduto dall'episodio che narra il primo incontro tra i due protagonisti nelle ottave 20 -29), è nuovamente descritto nel canto XXIII: Medoro, ferito da Dardinello e Cloridano, viene curato e guarito da Angelica che spreme il succo di un erba sulla ferita del giovane e quindi s'innamora di lui.

L'episodio è raffigurato da Lanfranco in composizioni del tutto diverse e in tempi distinti: da principio in un quadro relativamente giovanile del 1616 circa, ora a New York; quindi, in un paesaggio con figure di proporzione inferiore alla metà del reale e ancora nel più celebre quadro di grandi misure (cm 182x199) conservato al Museo Nazionale di Rio de Janeiro, in cui le figure dei due protagonisti sono illustrate a grandezza naturale sul fondo di un paesaggio boscoso e serale. Quest'ultima tela fu dipinta nel 1633-34 per il cardinal Antonio Barberini (nipote di papa Urbano VIII), che lo donò al Duca de Créquy, ambasciatore straordinario di Luigi XIV presso la Santa Sede dal giugno 1633 al luglio 1634 .

 

Si tratta di un quadro per certi versi un pò pretiano, e per questo era attribuito a Mattia Preti nel catalogo del Museo del 1853 (di questa versione si conosce una copia antica di provenienza Colonna, che nel 2002 si conservava in collezione privata milanese). Il quadro di Rio ha in comune con la tela qui esposta non solo il formato, ma anche alcuni elementi stilistici che sembrano segnalare per le due opere un'analoga cronologia da stabilirsi, credo, nell'ultimo periodo trascorso da Lanfranco a Roma, ossia tra il 1632 e i primi mesi del 1634. In entrambe le tele le figure dei due protagonisti sono illustrate in primo piano e il giovane Medoro è caratterizzato da una simile compattezza delle forme, unita a un modellato tondo e soave, mentre il fondo paesistico è immerso in una simile luce lunare.

Di questa opera non si conoscono, al momento, repliche o copie. Si conosce, invece, un altro quadro del Lanfranco con lo stesso soggetto, di misure molto inferiori a questo (olio su tela, cm 73x97,5) declinato in una composizione trasversale a figure intere. L'opera è stata venduta all'Hotel de Drouot a Parigi il 23 febbraio 2001 con un'attribuzione a école francaise, ma Julien Stock aveva notato che si poteva trattare di un'opera di Lanfranco. Venduto di nuovo presso Sotheby's a Olympia nel 2002 (31 ottobre 2002, p. 81, lotto 87) come circle of Giovanni Lanfranco, ho poi potuto esaminare il quadro a Firenze presso l’antiquario Fabrizio Moretti nel 2006, dopo la pulitura, e giungere alla conclusione che si trattava, effettivamente, di un originale databile tra il 1624 e il 1634.

 

Sulla base di una mia scheda, il quadro è stato poi pubblicato da Daniele Benati nel 2007 (Quadreria Emiliana, Galleria Fondantico, Bologna 2007, pp. 48-50). La composizione è molto differente da quella qui esposta, le pose dei due protagonisti e il rapporto fra di loro è diverso, mentre il colore della veste di Angelica è di un giallo-verdastro cangiante. Tuttavia, come nel quadro in analisi, l'albero in cui Medoro incide le prime lettere del nome di Angelica si trova sull'estrema sinistra della composizione e il cielo, nuvoloso e serale, è anch'esso simile, come le forme anatomiche robuste e massicce delle gambe di Medoro.

Nell'opera il giovane Medoro appare concentrato nell'atto di incidere col coltello nel tronco dell'albero le lettere “ANG”, le prime del nome di Angelica, mentre la fanciulla lo abbraccia e si accinge a baciarlo. Medoro, seduto a terra, si appoggia con il braccio e con la mano sinistra al suolo. Il pittore si concentra sul muscoloso torso nudo e la spalla del giovane, sulla quale Angelica poggia soavemente la mano destra, mentre della gamba sinistra piegata di Medoro è visibile solo il ginocchio nudo. Angelica si volge quindi verso l'amato, accavallando la gamba sinistra sulla sua coscia di lui, mentre la coscia destra appare coperta da una ricca veste o gonna di colore oro ramato, descritta con ricche pieghe dalle angolature bizzarre. Il panneggio di Angelica copre anche parte dell'imponente gamba nuda destra di Medoro, appoggiata al suolo, come il piede, di grandezza quasi più grande del naturale, calzato da un elegante sandalo che consente di riconoscere il giovane come guerriero.

 

In fondo a destra, si vede un uomo nudo che sta sradicando un albero (un elemento che manca nella tela oggi a Rio) e che allude all'eponima furia di Orlando innamorato, nel momento in cui scopre Angelica con l'amante. Per vari elementi l’opera è paragonabile a un altro dipinto dei primi anni Trenta realizzato poco prima della partenza di Lanfranco per Napoli nella primavera del 1634: una Cleopatra dipinta per un protetto di casa Barberini, Marco Marazzuoli, musicista, compositore e virtuoso d'arpa. Marazzuoli era conterraneo del Lanfranco e in rapporto amichevole con l'artista, che dipinse per lui almeno tre quadri nei primi anni Trenta, lasciati per testamento nel 1662 al principe Maffeo Barberini, figlio di Don Taddeo e Anna Colonna. La Cleopatra è elencata in vari inventari di Casa Barberini e nelle guide di Roma ottocentesche (Mochi Onori 2002, pp. 79-80, fig. 3).

 

L'opera, confluita in collezione Sciarra Colonna, si trovava nell'Ottocento a Palazzo Sciarra in via del Corso a Roma. Dispersa con la vendita Sciarra del 1895, è riapparsa sul mercato antiquario romano negli anni Settanta del Novecento, quando fu comprata dal noto restauratore Luciano Maranzi. Questi che lo mise in vendita presso Semenzato a Venezia nel 1987 (Schleier 2014, p. 56 e nota 6). Paragonabili a quelle del panneggio di Angelica sono le pieghe bizzarramente angolate della drapperia oro-arancio che copre Cleopatra e anche la stoffa damascata di broccato che ricopre il divano, come la fisionomia del viso delle due fanciulle e i loro capelli biondo-dorati.

 

Anche il modellato delle pieghe della tenda rossa, della veste azzurra e il viso della Venere con l'arpa (o Allegoria della Musica) - un altro quadro dipinto per Marco Marazzuoli nel 1633-34 (Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica; lasciato per testamento da Marazzuoli al cardinale Antonio Barberini) - sono affini a quelli illustrati nella nostra Angelica. Simile a quello della nostra eroina è anche il viso e l'acconciatura di capelli biondi con i riccioli corti che caratterizza la santa Caterina nel piccolo rame del Matrimonio mistico di santa Caterina ora a Louisville, Kentucky (Speed Art Museum), un quadro che, insieme con il suo pendant - un Noli me tangere (New York, coll. Richard Feigen) - appartenne a Maria Maddalena Farnese, sorella di Ranuccio II Duca di Parma e Piacenza. Una similitudine fra la gonna di colore bruno-oro-rame di Angelica nel quadro qui discusso e il manto dorato dell'imperatore nella grande tela con gli Auspici di un imperatore romano (c. 1634-36) dipinto per Filippo IV come parte della serie del Buen Retiro di Madrid (Museo del Prado).

 

Le forme anatomiche e muscolari della gamba destra e del torso di Medoro sono a loro volta affini alle forme anatomiche del san Sebastiano nel quadro che nel 1644 era nella collezione del cardinale Antonio Barberini databile al 1633-34. Infine osserviamo le pieghe bizzarre della gonna oro-rame di Angelica, prossime alla veste dorata di santa Caterina d'Alessandria nella pala di S. Domenico a Spoleto (sempre databile al 1633-34) e il simile drappeggio dorata con le pieghe angolate indossata dalla santa Lucia nella pala firmata e datata 163(2?) nella chiesa di S. Lucia in Selci a Roma. 

Il quadro con Angelica e Medoro qui discusso va, dunque, datato sul 1633-1634, nel culmine della carriera dell'artista, in quegli anni impegnato dalle ripetute commissioni del viceré di Napoli Don Manuel de Fonseca y Zufiiga, Duca di Monterrey, per la celebre serie di dipinti destinati ad ornare la villa reale del Buen Retiro di Madrid. Non a caso, l'anno successivo, Lanfranco si sarebbe trasferito nella capitale del viceregno.

L'iscrizione del numero d'inventario “183/ Stanza n.*” con le iniziali NG. (o N.S.) che si  leggono sul verso della tela forniscono tracce per l'identificazione della provenienza. Il numero elevato di dipinti e l'indicazione della stanza segnalano una raccolta consistente e di rilievo, che speriamo potrà essere riconosciuta grazie ad ulteriori approfondimenti sugli antichi inventari.

 

 

Erich Schleier

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