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Jusepe de Ribera

San Girolamo

Ribera 2.jpg
Ribera, San Girolamo
00:00 / 02:52
c1648
​Olio su tela, cm 125×99
Fondazione Cavallini Sgarbi

Ascetica testimonianza tarda del soggetto più volte sperimentato a partire dalla metà degli anni Venti, il dipinto, nella sua sobria, disarmata compostezza, appartiene alla fase estrema dell’attività di Jusepe de Ribera ed è impostato come le versioni firmate e datate 1648 custodite al Louvre di Parigi - proveniente dalla collezione Contardi di Milano (1854) – e al Fogg Art Museum di Cambridge in Massachusetts.

 

Minime le varianti, soprattutto nell’espressione del volto, ma comune il destino di limbo critico dopo un dubbio sulla loro autografia espresso da Felton. Più tardi Spinosa, come Rapire e Speer, le ha giudicate entrambe autografe (Spinosa 2003, p. 338, n. A288-A289; Spinosa 2006, p. 374, n. A320). Nessun dubbio invece sul presente esemplare di bella conservazione, nella pittura densa, spessa, graffiata che sostanzia un naturalismo, per così dire, mistico. Ribera è accuratissimo nei dettagli, nella sensazione di cedimento delle carni, ma affida tutta la sua tensione allo sguardo rivolto al cielo, in una speranza di eternità che vinca la fragilità della carne e la brevità del tempo.

Il San Girolamo in esame fu e sposto per la prima volta alla mostra monografica sul pittore spagnolo tenutasi in Castel Sant’Elmo a Napoli nel 1992. Spinosa (2006) lo considera autografo dopo approfondite riflessioni. “Immagini (quelle del Ribera) di uomini ‘veri’, talvolta crude e brutali perché  crudeltà e brutalità sono nella ‘natura’ delle cose e degli eventi umani, ma che la qualità del mezzo pittorico, proprio per la sua essenzialità e per la immediatezza del dato visivo, ci restituisce integre e compatte anche nei contenuti sentimentali, senza alcuna concessione al genere e senza mai scadere nel grottesco e nell’orripilante, che era stato invece l’ingiusto rilievo mossi al pittore spagnolo dal De Dominici, dalla critica romantica e fin anche da alcuni settori della storiografia moderna e contemporanea” (Spinosa). 

Lo si vede anche nel Platone (1630/35), appartenete alla tipologia riberesca dei filosofi immaginari e straccioni, emblemi di saggezza popolare, stoica. Per queste personificazioni di saggi venivano ritratti dal vero modelli scelti tra il popolo, mendicanti di Napoli, segnati dalla sofferenza e dai disagi del vivere quotidiano. Si riconoscono in questo dipinto le caratteristiche tipiche dello stile del pittore negli anni Trenta: la materia pittorica corposa, soprattutto nella testa e nelle mani, e la stesura veloce, con l’impiego di pennelli a setole grosse, che lasciano tracce evidenti sull’imprimitura. 

A questa si sovrappongono strati successivi di pigmenti colorati per modellare le forme, secondo la tecnica caravaggesca (cfr. Savina, in I tesori nascosti 2017, pp. 118-119).

 

Vittorio Sgarbi

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